Recensioni
1 – Gaetano Pecora sul“Domenicale” de “Il Sole 24 Ore” del 9 Febbraio 2014
Il culto americano
Cosa ne pensereste di un codice penale che esordisse così: «Chiunque adorerà un altro Dio che il Signore, sarà messo a morte”? Tutto potreste pensarne. Tutto. Tranne che lì gorgogliano sentimenti proclivi alla libertà religiosa. Eppure, di fatto, è precisamente questa la tesi di coloro che sviscerano di amore per i puritani e che coccolano le loro prime comunità – quelle che essi allestirono nel Nuovo Mondo all’alba del XVII secolo – come altrettanti germogli dell’odierna tolleranza. Come se quella disposizione che letificava gli abitanti del Connecticut proprio non esistesse. E mille altre norme non esistessero dove il dio neroniano del Vecchio Testamento tempestava con altrettanta spietata iracondia. Ben venga, dunque, questo libro di Nunziante Mastrolia e Luciano Pellicani i quali per tabulas (il volume raccoglie scritti inediti di Franklin, Jefferson, Madison e Paine) dimostrano che ben altra fu la tempera da cui uscì riscaldata la libertà di coscienza e di culto, e che né gli Stati Uniti nacquero assistiti dallo spirito della modernità né che a tale modernità abbia mai sorriso l’esclusivismo dei puritani. Certo, più tardi contribuirono pure essi a costruire il «muro di separazione» (così Jefferson) tra lo Stato e le chiese, che poi è la pietra angolare di ogni architettura costituzionalistica; ma solo perché premuti da circostanze avverse che ricacciavano loro in gola l’hussitico grido di guerra contro i rinnegatori di Dio, del loro Dio si capisce. Frantumati come erano in mille piccolissime congregazioni, tutte pure, tutte infallibili, tutte fanaticamente convinte di riuscire esse sole gradite all’Eterno perché esse sole inflessibili depositariedei suoi insegnamenti dogmatici, proprio per questa polverizzante debolezza di scomposizione, i puritani di ogni colore mancarono della forza necessaria per piegare lo Stato alla loro fede. Sicché non potendo, per il tramite dell’apparato pubblico, “purificare” gli altri si acconciarono all’unico sistema – quello separatistico – che se non altro impediva agli altri di “inquinarli” e di perderli con la loro contaminazione. Ha ragione perciò Pellicani quando nella sua lucida introduzione scrive che «in America si erano formate le condizioni oggettive per garantire la massima libertà religiosa». Condizioni oggettive, badiamo bene, non soggettive. Fosse dipeso da loro, presbiteriani, quaccheri, episcopaliani, anabattisti e altri ancora, mai avrebbero avallato un regime giuridico per il quale non avevano ragione di spendersi in troppo tormentate vigilie.
Assai diversa la posizione dei Padri Fondatori, i quali muovevano incontro al separatismo correndo sulla linea diritta dei loro convincimenti, che per essere diritta non conosceva né le rientranzené le obliquità delle chiese cristiane. E, alla stretta finale, tali convincimenti giravano tutti nel cerchio di una un’unica fondamentalissima verità: che Dio aveva fatto dono agli umani del regalo più bello, quello della libera ragione. Sicché solo ciò che superasse il vaglio dell’indagine razionale andava raccolto nel deposito della fede. Niente miracoli, dunque, nessuna profezia e soprattutto nessun dogma («ordigni», come li trafiggeva Jefferson, che mutano il cristianesimo in un «semplice mattatoio»). Cristiani, i Padri Fondatori? Sia pure. Ma a patto di slargare i confini del cristianesimo, fino atirarvi dentro il «razionalismo soprannaturale» (così venne definito) degli antichi sociniani che ne furono i lontani progenitori e dei quali non a caso Jefferson raccomandò la ristampa americana dei loro scritti. E poiché, come notava Francesco Ruffini, nei sociniani «riviveva il principio della libertà religiosa quale era vagheggiato dai filosofi pagani», ecco che salendo per li rami non è improprio traguardare i Padri Fondatori come altrettanti «cristiani paganeggianti». Che è forse un intrecciodi termini mal maritati e, addirittura, mal maritabili tra loro. Chissà però che proprio questa spuria contaminazione non li renda, se non più grandi, certo più vicini alla nostra sensibilità.
2 – Antonio Carioti in “Il club della Lettura”, Corriere della Sera
Paganesimo a stelle e strisce
Luciano Pellicani nega che la Costituzione degli USA abbia radici pagane
Negli Stati Uniti la maggioranza della popolazione frequenta regolarmente una chiesa o un luogo di culto. E nei discorsi dei politici i riferimenti a Dio e alla Bibbia sono pane quotidiano. I presidenti americani, democratici o repubblicani che siano, ostentano la loro fede ed è escluso che un ateo dichiarato possa conquistare la Casa Bianca.
Dunque gli Usa sono la prova vivente che il costituzionalismo liberale e i diritti dell’uomo sgorgano dalla sorgente cristiana? Luciano Pellicani lo nega risolutamente, è convinto che a ispirare i padri fondatori degli Stati Uniti non fossero le sacre scritture. Tant’è vero che ha intitolato Le radici pagane della Costituzione americana (Ariele) l’antologia da lui curata con Nunziante Mastrolia, comprendente testi di John Adams, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, James Madison e Tom Payne.
Nel saggio introduttivo Pellicani ricorda che i primi coloni britannici giunti in America, in prevalenza protestanti puritani, non erano un esempio di tolleranza. Volevano al contrario instaurare un ordine teocratico, da cui la libertà di coscienza fosse bandita, e praticavano la caccia alle streghe. Ma erano divisi in diverse confessioni, senza un’autorità ecclesiastica centrale capace d’imporsi. E lo stesso risveglio della predicazione biblica che si manifestò nella prima metà del XVIII secolo, moltiplicando le Chiese, determinò «la formazione di un ampio e articolato “mercato delle fedi”, che favorì una religiosità legata alla libera scelta».
Si giunse così alla Dichiarazione d’indipendenza del 1776 in una situazione di estremo pluralismo, che rese possibile, anzi necessario, forgiare, come garanzia della pacifica convivenza, un ordinamento fondato sulla piena libertà di culto e proselitismo, sancita da «un muro di separazione tra la Chiesa e lo Stato» (parole di Jefferson). Ma ciò avvenne, secondo Pellicani, perché la «religione naturale» dei padri fondatori, non era altro che «la filosofia neopagana dei Lumi, centrata sul primato della ragione».
Il richiamo al paganesimo necessita di essere chiarito, perché non rimanda ovviamente alle divinità dell’Olimpo né tanto meno alla sacralizzazione del potere, compresa la persona dell’imperatore, tipica della romanità. Il punto che interessa a Pellicani è semmai il recupero degli ideali repubblicani ciceroniani e del pensiero greco classico, che non implica però necessariamente il ripudio del Vangelo, ma lo sforzo, evidente in Jefferson, di sfrondare l’insegnamento di Gesù dalle sovrastrutture mitiche e dogmatiche, per interpretarlo in senso conforme ai dettami della ragione.
Senza dubbio interessante è a tal proposito la replica a Pellicani scritta per la rivista americana «Telos» dal cattolico Adrian Pabst, studioso della britannica University of Kent. A suo avviso è sbagliato contrapporre puritani e padri fondatori, poiché nella Riforma protestante in quanto tale c’erano già i semi della secolarizzazione che avrebbe prodotto una «religione civile» postcristiana, in sostanza l’ideologia messianica dell’eccezionalismo americano, alla quale Pabst preferisce la prospettiva, molto cara a Benedetto XVI, di una feconda osmosi tra fede e ragione, lungo la scia dell’antico incontro tra predicazione evangelica e filosofia ellenistica.
È palese tuttavia che, per prendere davvero sul serio questa ipotesi, la Chiesa dovrebbe porsi proprio sul terreno indicato da Jefferson, accettando di ridiscutere la sua dottrina, a partire dalla stessa divinizzazione di Gesù. Potrebbe in tal modo conciliarsi con l’illuminismo, ma al prezzo inaccettabile di gettare al macero la sua storia. Meglio allora per tutti attenersi nella sfera istituzionale al minimo denominatore di una generica religione civile, senza sacerdoti e senza dogmi, per coltivare liberamente le rispettive credenze tradizionali in ambito sociale. Cristiani o pagani che fossero, i padri fondatori avevano la vista lunga.
Nunziante Mastrolia, Luciano Pellicani (a cura di), Le radici pagane della Costituzione americana, Ariele 2013, pagine 140, € 14
Adrian Pabst, Athens, Jerusalem, and Rome: A Replyto Luciano Pellicani, in «Telos», n. 162, primavera 2013, pp. 164-176
3 – Da “Archvio storico” – http://www.archiviostorico.info/libri-e-riviste/6283-le-radici
Le radici pagane della Costituzione americana
Il Libro – Con questa antologia – che contiene scritti inediti di John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine – si documenta che, contrariamente a una opinione largamente diffusa, le radici della Costituzione americana non sono affatto cristiane, bensì pagane. E si documenta altresì che i Padri fondatori degli Stati Uniti stigmatizzarono il cristianesimo come una religione liberticida e che ingaggiarono un’aspra guerra culturale contro l’intolleranza degli “zeloti della fede” per istituzionalizzare un insuperabile “muro di separazione” fra lo Stato – rigorosamente laico – e le chiese.
Dal Testo – «L’America non è affatto“nata moderna e progressista”, come ha affermato Ernest Gellner. Al contrario, è nata animata dal potente desiderio di edificare una Sparta cristiana, i cui valori cardinali erano in frontale conflitto con i valori “ateniesi” della Città secolare. Un progetto – quello dei Padri puritani – che, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, fu energicamente contrastato dai Padri fondatori. Accadde così che la società americana divenne un’arena nella quale si scontrarono due culture: quella centrata sull’idea che lo Stato, con i suoi formidabili apparati coercitivi, doveva instaurare il dominio spirituale della “Parola di Dio” contenuta nelle Sacre Scritture e quella centrata sull’idea che lo Stato doveva garantire l’universale fruizione del diritto di scelta anche nel campo della religione. Un diritto che è stato più volte contestato dai movimenti fondamentalisti, periodicamente riemersi come fiumi carsici. L’ultimo dei quali è stato quello esploso a cavallo tra il XX e il XXI secolo, animato, in modo tipico, dalla certezza che le forze del Male – “testimonianza inquietante e tragica della deriva del mondo occidentale” – avanzano come un torrente in piena; e altresì animato dal progetto di redimere la decadente e corrotta società rifondandola sul primato della fede e sui comandamenti di Dio. Oggi ci sono potenti denominazioni – come la Chiesa dell'Unificazione guidata dal reverendo SunMyung Moon e la ChristianCoalitionil cui portavoce è RonnTorrossian– che hanno alzato il vessillo della “inerranza del testo biblico come primato della fede sulla scienza” e non fanno punto mistero che il loro obbiettivo è l’abbattimento del “muro di separazione tra la Chiesa e lo Stato” e l’instaurazione di una “teocrazia autocratica” per combattere efficacemente sia il “secolarismo ateo” che l’Islam, entrambi percepiti e stigmatizzati come irriducibili nemici dell'America e dei suoi valori cristiani».
I Curatori – Nunziante Mastrolia, già docente di Geografia politica ed economica alla Luiss – Guido Carli, è stato dal 2009 al 2012 assegnista di ricerca presso la medesima Università. È ricercatore del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) e senior fellowdell’European Centre for International Affairs. Ha pubblicato Chi comanda a Pechino? (2008), La grande transizione (2011), Dalla società aperta alla società chiusa (2013) e L’atomica di Kim(2013).
Luciano Pellicani, già direttore di “Mondoperaio”, è fra i sociologi italiani più conosciuti all’estero grazie alla pubblicazione dei suoi saggi nelle principali lingue europee. Autore di numerosi libri, fra i quali Dalla società chiusa alla società aperta (2002), Rivoluzione e totalitarismo (2004), Le sorgenti della vita. Modi di produzione e forme di dominio (2005), Le radici pagane dell'Europa (2007), I rivoluzionari di professione (2008), Lenin e Hitler: i due volti del totalitarismo (2009), Dalla Citta sacra alla Città secolare (2011), La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario (2012), Il potere, la libertà e l’eguaglianza (2012), La genesi del capitalismo e le origini della Modernità (2013) e Contro la Modernità (2013).
Indice dell’opera – La guerra culturale fra Atene e Gerusalemme nella storia americana, di Luciano Pellicani –JohnAdams (Lettera a John Taylor (1814) - Lettera a F. A. Van derKamp (1816) - Lettera a Thomas Jefferson (1817) - Lettera a Thomas Jefferson (1825)• Benjamin Franklin(Lettera alLondonPacket (1772) •Thomas Jefferson (Una proposta di legge per istituire la libertà religiosa (1779) - Note sullo Stato della Virginia (1785) - Lettera al dottor Benjamin Rush (1800) - Lettera alla Danbury BaptistAssociation (1802) - Lettera al dottor Benjamin Rush (1803) - Lettera a Orazio G. Spafford (1814) - Lettera al dottor Thomas Cooper (1814) - Lettera a Matthew Carey (1816) - Lettera a José Frencesco Correa De Serra (1820) - Lettera a William Short (1820) - Lettera al dottor Benjamin Waterhouse (1822) - Lettera al dottor Thomas Cooper (1822) - Lettera a John Adams (1823)) - James Madison (Lettera a William Bradford (1774) - Lettera a William Bradford (1774) - Un memoriale ed una protesta contro le imposte religiose (1785) - Discorso alla Virginia Ratifying Convention (1788) - Lettera a Edward Livingston (1822) •Thomas Paine (Della religione del Deismo comparata alla religione Cristiana – L’età della Ragione) - Glossario