Recensioni
1 —Marco Ventura su “La Lettura” – Corriere della Sera, domenica 30 Giugno 2019
Una nuova blasfemia figlia di due libertà
Offendere le fedi o no? Siamo prigionieri di un dilemma: consegnarci all’arbitrio dello Stato (o all’autocensura) oppure nutrire irrealistiche nostalgie neo-blasfeme. Nel primo caso si sacrifica lo spirito di libertà; nel secondo non si risponde al bisogno di convivenza pacifica. Ma una terza alternativa è possibile: fondata sul binomio tra libertà di religione e libertà di offendere la religione, sarebbe adeguata alla società globale
Il blasfemo Panurgo del Gargantua e Pantagruele di Rabelais ha simboleggiato un’epoca. Alla vigilia delle guerre di religione, l’Europa cinquecentesca intravedeva nella secolarizzazione socio-culturale e nell’affrancamento politico dalle Chiese il proprio orizzonte. La satira religiosa impersonata da Panurgo era fondamentale per quel progetto. Da lì, nel corso dei secoli, si sono sviluppati due princìpi cardine della modernità occidentale, l’uno indispensabile all’altro: la libertà di professare e praticare la religione, e la libertà di criticarla, persino di offenderla.
Quel percorso è oggi in discussione. Circondati e invasi da un mondo che vede in quei princìpi una subdola importazione coloniale, gli occidentali sono sempre più inclini a pensare che, se vogliono vivere in pace, devono limitare la propria libertà di espressione. Davanti alle tensioni tra credenti della stessa religione, tra credenti di religioni diverse, tra credenti e non credenti, ci pare che solo il reciproco rispetto possa assicurare la convivenza. Gli Stati perseguono chi supera il limite. Gli intolleranti si fanno sentire. E gli artisti, i giornalisti, i pubblicitari, i leader, gli studiosi, si autocensurano. Dopo tutto, Salman Rushdie ha vissuto una vita sotto scorta; e a quelli di «Charlie Hebdo» è andata molto peggio.
I progressisti hanno trovato ottimi motivi per accettare limiti crescenti alla libertà d’espressione: l’odio online, la retorica omofoba, la protezione delle minoranze dall’islamofobia e dall’antisemitismo, lo scivolamento dall’arte alla pubblicità commerciale sembrano nobili motivi per accettare limiti alla libertà d’espressione. Del resto, in una società secolarizzata, dove niente è più sacro, che interesse avrebbe l’offesa alla religione? Che gusto darebbe? La destra populista, dal canto suo, dà voce alla pancia della gente solo quando non c’è un vero prezzo da pagare. Il ministro Matteo Salvini manipola rosario e Vangelo perché sa che la reazione dell’autorità ecclesiastica e dei movimenti cattolici sarà impalpabile. Si guarda bene, invece, dal manipolare Ramadan e Corano in modo da mettere in pericolo la propria persona e gli affari con i Paesi del Golfo. Dunque, la libertà d’espressione resta ampia, in Occidente, ma cresce il consenso perché le siano posti dei limiti.
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Questo processo è coinciso con la fine delle sanzioni penali che tutelavano la religione dalle offese blasfeme: in Gran Bretagna accadde dieci anni fa, in Italia restano tracce minime di vilipendio alla religione che fu. La scomparsa generalizzata del delitto di blasfemia in Occidente sembra la definitiva consacrazione di una libertà d’espressione illimitata: al contrario, essa conferma la tendenza verso la sua limitazione, poiché il posto delle sanzioni contro la blasfemia è stato preso dalle sanzioni contro l’incitamento all’odio e alla discriminazione.
Dall’adozione del Rabat Plan of Action delle Nazioni Unite nel 2012, è questo il quadro. Gli Stati si impegnano a perseguire l’incitamento all’odio. La società si autocensura. Stati Uniti e Francia sono i paesi tradizionalmente più legati a una tradizione di libertà di religione e libertà d’espressione. Nel 1791 il primo emendamento alla Costituzione americana proclamò al contempo entrambe le libertà. Nello stesso anno, in Francia, venne abbandonato il delitto di blasfemia. Non a caso, oggi, i due Paesi sono quelli che hanno pagato il prezzo di sangue più alto nella guerra contro il fondamentalismo.
Gli Stati Uniti restano devoti alla libertà d’espressione religiosa. Il rapporto governativo di due anni fa (Respecting Rights. Measuring the World’s Blasphemy Laws) ha denunciato i 71 Paesi al mondo in cui si può ancora essere sanzionati, e talvolta incarcerati o giustiziati, per aver offeso Dio. Ancora nei giorni scorsi, nel suo rapporto annuale sullo stato della libertà religiosa nel mondo, il Dipartimento di Stato ha condannato l’uso diffuso della blasfemia per perseguitare credenti e non credenti. La leadership americana è la più energica nella difesa di una libertà d’espressione incompatibile con qualsiasi forma di sanzione della blasfemia. Piace la formula alla destra cristiana americana, cui il free speech statunitense garantisce finanche il suprematismo bianco del Ku Klux Klan. La formula piace altresì a chi abbia a cuore gli interessi dei cristiani nel mondo; in Paesi come il Pakistan, la Cina, l’Arabia Saudita, i cristiani sono perseguitati in quanto blasfemi per aver testimoniato, evangelizzato, assistito, educato, convertito.
In Francia, la tendenza verso una maggiore limitazione della libertà d’espressione sembra più forte. In quasi 5 milioni scesero in piazza l’11 gennaio 2015 per la satira religiosa di «Charlie Hebdo», costata la vita a 16 persone pochi giorni prima; ma circa il 40% affermò che «Charlie Hebdo» non avrebbe dovuto beffarsi del Profeta. La tendenza sconcerta i difensori a oltranza dell’antica blasfemia. Tra costoro spicca lo storico del diritto francese Javques de Saint Victor, di cui le edizioni milanesi Ariele hanno appena pubblicato il pamphlet Bestemmia. Breve storia di un «crimine immaginario», uscito da Gallimard nel 2016. L’autore chiama alla «lotta per la libertà di bestemmia» quale caposaldo di un «progetto emancipatore». Con le parole d’ordine della tradizione illuministica il cinquantaseienne Jacques de Saint Victor chiede allo Stato di non cristallizzare l’appartenenza religiosa e il dogma di fede, di tutelare sempre la parola degli individui, anche nelle loro manifestazioni blasfeme.
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Gli occidentali sono finiti così prigionieri di un’alternativa soffocante. Possono consegnarsi all’arbitrio dello Stato, o all’autocensura, come sembra volere la maggioranza. Oppure possono nutrire irrealistiche nostalgie neo-blasfeme. Nel primo caso, si sacrifica lo spirito di libertà senza il quale non possono esistere una società civile e istituzioni liberal-democratiche; nel secondo caso, non si risponde al bisogno di convivenza pacifica.
Una terza alternativa è possibile, fondata sul binomio di religione e libertà di offendere la religione, nella quale non si guardi indietro, e non si ripropongano ricette scadute. Abbiamo bisogno di una nuova blasfemia adeguata alla società globale contemporanea e alla comunicazione digitale, ai nuovi giovani e ai nuovi anziani, tesa a smascherare la paura con il riso e a scardinare i ricatti della maggioranza e delle minoranze di oggi. Una blasfemia che corra rischi, e metta alla prova le vere fedi del nostro mondo, anche quelle nella scienza, nel mercato, nella fortuna e nella tecnologia. Una blasfemia capace, sul modello del Panurgo di Rsxabelais, di intravvedere un orizzonte, di fondare una civiltà
2 —Armando Torno su www.ilsole24ore.com del 3 Maggio 2019
La bestemmia sembrava sparita dall’orizzonte politico dell’Occidente. Qualche scrittore (Niccolò Ammaniti, per esempio) la ricorda e fa notare la sua diffusione, anche se Giovannino Guareschi con un pizzico d’ironia scriveva che i suoi concittadini emiliani ne facevano uso “non per negare Dio, ma per fargli dispetto”. Nei secoli scorsi era punita anche con la condanna a morte, come accadde a Firenze nel 1501 ad Antonio Rinaldeschi, che dopo aver perso al gioco lanciò escrementi contro un’immagine di Maria e fu scoperto. Se nell’antica Roma il concetto di bestemmia si confondeva con quello di empietà, con il cristianesimo le regole cambiarono. Chi era colto a pronunciarne poteva cavarsela con una multa, il carcere, l’esilio o con pene corporali: dipendeva dai luoghi e dai tempi.
Si potrebbe prendere spunto dal discorso del senatore Luigi Giampietro, “Lotta contro la bestemmia e l'immoralità”, pronunciato a Palermo nel 1929, per scoprire che nel 1228 a Verona (e anche altrove) il bestemmiatore era posto in un corbello (recipiente rotondo, di media grandezza, fatto di stecche di legno o di vimini) e tuffato ripetutamente nel fiume.
Non mancavano inoltre condanne alla perforazione della lingua con un chiodo, o anche all’amputazione della stessa. A Cividale, in Valtellina, a Vercelli, i bestemmiatori si esponevano sulla piazza legati per il collo a una catena; si facevano poi correre per la città a colpi di sferza.
La Controriforma cinquecentesca peggiorò in taluni casi le pene, ma con il secolo XVIII i trattamenti si fecero più umani. Anche se Giuseppe II stabilì di considerare il bestemmiatore un pazzo, e di rinchiuderlo come tale. Per Voltaire l’insulto alla divinità apparteneva a un’altra epoca. E la Rivoluzione francese lo definì “crimine immaginario”.
Nonostante questo, il mondo è di nuovo in ansia per le sorti di chi è accusato di aver espresso una bestemmia. Il caso più noto – e da quel momento tutti se ne sono accorti – è quello di Salman Rushdie, scrittore naturalizzato britannico che vive sotto scorta da anni e che fu condannato a morte nel 1989 da una fatwa islamica a causa del suo libro “I versi satanici”, giudicato blasfemo dall’Ayatollah Khomeini.
D’altra parte, salvo ultimissimi cambiamenti, negli Emirati Arabi la pena di morte è prevista per i bestemmiatori musulmani, in Sudan si arriva a quaranta frustate, in Qatar si rischiano sette anni di carcere, in Algeria dieci; clemente è l’Egitto: si va al confino per sei mesi o poco più.
Un libro di Jacques de Saint Victor, Bestemmia. Breve storia di un «crimine immaginario» (Edizioni Ariele, pagg. 108, euro 14), aiuta il lettore a ricostruire le vicende di questo “peccato di bocca”. Vi si leggono fatti antichi e cronache attuali, con attenzione alla Francia. Paese nel quale un giornale satirico come “Charlie Hebdo” ha subito un attentato il 7 gennaio 2015 con dodici morti e undici feriti. La causa? Vignette e caricature considerate blasfeme.
3 —Chiara Pasetti, recensione all’originale francese comparsasul Domenicale del Sole 24 Ore
Blasfemo è l’oltraggio alla libertà
Lo storico del diritto de Saint Victor ricostruisce la parabola della blasfemia, tornata in auge dopo ‘attacco a «Charlie Hebdo»
In un saggio intelligente e denso di riflessioni che vanno dall’antichità ai giorni nostri lo storico del diritto Jacques de Saint Victor si interroga sulla nozione di «blasfemia» e sulla storia di un «crimine» che la rivoluzione francese aveva ormai congedato dall’ambito della legge relegandolo al titolo di «immaginario». L’autore traccia un percorso volto a mostrare come questo concetto sia invece riapparso prima in sordina, poi in modo eclatante nei sanguinosi attentati di Parigi alla sede di «Charlie Hebdo» e in quelli ancora più recenti del novembre scorso. Atti di guerra contro uomini, idee, «princìpi radicati da più di due secoli nella nostra cultura politica», scrive Jacques de Saint Victor, che costringono a interrogarsi con timore e tremore su ciò che questi massacri vanno a colpire: «il pensiero, il diritto all’impertinenza così proprio a Panurgo, a Figaro, a Gavroche, la pulsione ludica contro ogni interdetto, che sia di Dio, dei potenti, dei pedanti». Il «rispetto delle intime convinzioni» rivendicato dagli assassini, che si sono sentiti «oltraggiati», va a riesumare la nozione, fragile e camaleontica, di «blasfemo» dalle paludi di un passato ormai lontano.
Nel Medioevo era considerato un crimine di «lesa-maestà divina», un «péché de bouche» per cui erano stati torturati e perseguitati tutti coloro che si erano permessi delle «lubricités de la langue». Dolo l’editto di Nantes nel XVII secolo la repressione, soprattutto nei confronti della «blasfemia eretica», si farà meno frequente ma non meno cruenta. Emblematico il caso di Giulio Cesare Vanini, spirito geniale che nel 1619 verrà condannato dal parlamento di Tolosa per «blasfemia, empietà, ateismo, stregoneria e corruzione dei costumi»: l’esecuzione pubblica fu barbara e inumana, gli venne strappata la lingua, fu strangolato e infine arso vivo. Le potenti riflessioni di Montesquieu nell’Esprit des lois segnarono un passo decisivo nella separazione della morale dalla religione, e sulla sua scia tutti i giuristi e i filosofi dell’età dei Lumi, tra cui Beccaria, lavorarono per affermare e difendere la libertà di pensiero e di espressione. L’atroce tortura e la condanna a morte, nel 1766, del cavaliere La Barre, che venne accusato di «empietà, blasfemie, sacrilegi esecrabili e abominevoli», suscitò notevole scandalo e smosse le più alte coscienze tra cui quella di Voltaire, il quale fece di tutto per ottenere la riabilitazione del giovane nella cui abitazione era stato trovato il suo Dictionnaire philosophique: «Non comprendo come degli esseri pensanti possano rimanere in un paese di scimmie che diventano così spesso delle tigri», scrisse Voltaire all’amico D’Alembert.
Questo «processo di troppo» fu la causa diretta dell’abolizione del «delitto» di blasfemia in seno alla Rivoluzione francese; la Francia fu la prima nazione d’Europa a dissociare nettamente il diritto dalla religione. Malgrado tali importanti conquiste, la «loi de Serre» del 1819 stabilirà un altro nome, «oltraggio alla morale pubblica e religiosa», per condannare lo stesso «peccato»; i tribunali, fino alla legge del 1881 sulla libertà di stampa (la quale decise che era lecito scrivere e pubblicare ciò che si vuole fatta eccezione per la diffamazione, l’ingiuria o l’incitazione all’odio), ne faranno largo uso. Due fra le opere più importanti dell’Ottocento, Madame Bovary di Flaubert e Les Fleurs du mal di Baudelaire, finirono a processo nel 1857 proprio con l’accusa di offesa alla morale pubblica e religiosa.
Ma dal momento della totale abolizione di quesi «crimini» la giurisprudenza francese ha difeso strenuamente la libertà di stampa e di espressione e anche il diritto della satira «all’eccesso e all’insolenza», tracciando così una frontiera tra ciò che concerne il puro dibattito di idee e l’oltraggio vero e proprio ai credenti di qualsiasi fede; il Novecento si apre con una serie di caricature contro la chiesa, i cui rappresentanti sono raffigurati attraverso i diversi volti di un bestiario umiliante che ne denuncia i vizi. Nell’ultimo capitolo del saggio, intitolato «Quando ci si mette di mezzo l’islamofobia», l’autore pone in discussione la scomparsa di un dibattito attuale sulla blasfemia, che si sarebbe invece riaperto con una «regressione feconda» e sconcertante a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, e sottolinea che tutti coloro che si sono «sentiti Charlie» dopo il massacro del 7 gennaio 2015 non volevano esprimere «una dichiarazione d’amore» nei confronti di un giornale satirico in particolare, bensì l’indignazione nei confronti di un attacco «alla libertà d’espressione schernita da un gesto barbaro, una scarica di kalashnikov contro i disegnatori». Siamo arrivati ai tempi, ieri inimmaginabili, in cui Panurgo non fa più ridere?, si chiede l’autore. E conclude che in una società veramente liberale, in cui la discussione, «elemento vitale della democrazia», non può farsi prendere in ostaggio dalla «paura travestita dal rispetto» (Salman Rushdie), la lotta per la libertà, anche, del blasfemo, è al cuore di un progetto di emancipazione.
Come scrisse profeticamente Flaubert prima del suo processo, «la censura di qualsiasi tipo mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio. L’attentato contro il pensiero è un crimine di lesa-anima».